MAB – Museo all’Aperto Bilotti

Il MAB – Museo all’Aperto Bilotti – è un insieme di opere d’arte di cui i mecenati Carlo ed Enzo Bilotti hanno fatto dono alla propria città, aumentando il fascino del corso principale che, di fatto, ne è la casa. Da Piazza dei Bruzi, all’interno del percorso artistico del MAB, troviamo “Le Tre Colonne” di SACHA SOSNO: marmo di Carrara (cm 251 x 107.5 x 4.8) con propria base (cm 20 x 143 x 69). L’opera, esemplare unico, è una realizzazione originale dell’artista, che la creò nel 2008 appositamente per il MAB di Cosenza: l’autentica è firmata da Marisa del Re della New York Master Exhibitions. Le opere cosentine di Sacha Sosno esprimono a pieno la visione dell’artista che, svuotando le masse degli oggetti e giocando coi vuoti, lascia allo sguardo del visitatore la ricomposizione di ciò che manca nella scultura. Di Sacha Sosno è anche l’opera dal titolo “Sette di cuori“, la carta da poker intagliata in marmo bianco di Carrara (cm 127 x 200 x 15) poggiante su una base di granito grigio proveniente dalle cave silane, lavorato da Lucio Ghio. Commissionata da Carlo e Vincenzo Bilotti, nel Sette di cuori, il numero è riferito ai sette colli della città di Cosenza mentre il segno del cuore testimonia l’amore dei fratelli Bilotti per la loro città natale.

Di GIORGIO DE CHIRICO è il “Grande Metafisico“: la scultura è stata fusa in lega di bronzo con patina scura e dorata nel 2009 (cm 320 x 86 x 104). Prodotta in un unico esemplare, è ispirata all’opera omonima scolpita da De Chirico nel 1985 e si rifà a un dipinto con lo stesso soggetto eseguito nel 1917. La fusione è stata realizzata dalla fonderia Bonvicini di somma campagna (VR) e l’autentica dell’opera è conservata all’Archivio Fondazione Giorgio e Isa de Chirico. Soggetto dell’opera è l’enigmatico manichino di De Chirico che qui veste i panni del metafisico e del matematico ornati con squadre, righelli e strumenti di proiezione geometrica, ma anche di elementi della cultura classica come il frontone di un tempio greco, a testimoniare il suo forte legame con il mondo ellenistico. Di De Chirico anche “Grandi Archeologi” (cm 170 x 120 x 120), scultura fusa nel 2008 nella Fondazione Taviani Realizzazione Srl, costituita da una lega di bronzo con patina scura. È un esemplare unico tratto da una copia modellata dall’artista nel 1968, contrassegnato dal numero 0/0 e reca impressa sulla base la firma dell’autore. Rappresenta i due archeologi, seduti uno accanto all’altro nell’atto di meditare su un passato mitico, non con atteggiamento di rimpianto, ma come ricordo delle radici. Continuando il percorso del MAB, si incontra un’altra delle opere di Sacha Sosno, “I Bronzi di Riace“, acciaio smaltato in rosso (cm 271 x 120 x cm 1,5). L’opera, realizzata nel 2006, è anch’essa esemplare unico: l’autentica è firmata da Marisa del Re della New York Master Exhibitions.

Si giunge, dunque, alle due opere di MIMMO ROTELLA: “La Rinascita della Cultura“, lega di bronzo con porzioni dorate ( cm 210 x 109 x 120 ) e con basamento (cm 105 x 119 x 128), che è stata fusa ed assemblata in esemplare unico dall’artista e reca in basso la sua firma. È alta due metri, poggia su un basamento in pietra di San Lucido alto circa un metro ed è stata realizzata nella Fonderia Artistica Mapelli di Cesate (Milano). La scultura fu commissionata al maestro Rotella dall’Amministrazione comunale di Cosenza nella realizzazione del progetto “ La città come museo aperto”. In seguito ai tragici eventi dell’11 settembre 2001, il maestro Rotella volle rappresentare in quest’opera l’allegoria della rinascita della cultura considerando questa uno dei pochi mezzi per sconfiggere il terrorismo e l’incomunicabilità e favorire altresì la pace fra i popoli. Da una catasta di libri, dunque, si staccano alcuni elementi, libri nell’atto di spiccare il volo come degli uccelli, a esprimere l’innalzamento dell’ingegno umano in grado di sconfiggere ogni forma di fondamentalismo. Essendo poche le opere scultoree presenti nella produzione artistica di Mimmo Rotella, La Rinascita della Cultura è da considerarsi particolarmente importante e ormai parte integrante del MAB. Così come la seconda opera del maestro Rotella, “Il lupo della Sila“, granito verde (cm 120 x 147 x 38,5 ) con propria base (cm 17 x 180 x 88). La scultura, esemplare unico, commissionata all’artista da Vincenzo Bilotti, è l’ultima opera di Rotella che ne realizzò il prototipo in legno in attesa che la scultura finale fosse realizzata in marmo verde dagli scalpellini di Carrara a Milano. Il lupo ululante, nella sua particolare dinamicità, vuole esaltare una cultura popolare calabrese, e cosentina in particolare, profondamente legata alla montagna.

Più avanti, incamminandosi verso Nord, si incontra la “Grande Bagnante N.2“, lega di bronzo (cm 225 x 68 x 62) con propria base (cm 9,5 x 42 x 6 8,5), eseguita da EMILIO GRECO nel 1967. Fu acquistata da Carlo Bilotti dalla Irving Gallaries Inc. di Palm Beach, Florida. L’opera fa parte del secondo ciclo delle Grandi Bagnanti, tema ricorrente nella scultura di Emilio Greco, che si rifà chiaramente all’arte classica e rappresenta la versione moderna della Venere dell’antichità, simbolo di fascino e amore. Bilotti, nel 2004, donò un’altra delle Bagnanti, quella del 1959, alla Galleria Nazionale di Cosenza.

Si arriva ora all’Ettore e Andromaca, ultima opera di De Chirico presente nel MAB. Lega in bronzo con patina scura, (8cm 230 x 115 x 77) con propria base (cm 10 x 116,5 x 82). L’opera è tratta da una copia dell’edizione del 1986, a sua volta realizzata dall’originale. La scultura è la diretta espressione del desiderio dell’artista di vedere l’opera realizzata in dimensioni monumentali: l’operazione è stata infatti autorizzata dalla stessa Isabella De Chirico e porta sia la firma dell’artista che il numero 00/00. Si ispira al dipinto dello stesso artista in cui i due protagonisti, presso le Porte Scee, si dicono addio senza potersi abbracciare poiché privi degli arti superiori. Nella scultura, invece, la drammaticità del momento – Ettore saluta la sua donna prima di partire in battaglia, verso una morte certa – appare più profonda poiché esaltata dalla plasticità dei corpi raffigurati in un momento di piena tensione e animata grazie al movimento dei capelli di Andromaca che, come il mantello di Ettore, appaiono mossi dal vento.

La passeggiata nell’arte en plein air conduce quindi a “San Giorgio e il Drago” di SALVADOR DALI’. Lega di bronzo, lega di ottone, (8cm 8 x 120 x 76) con propria base (cm 8 x 136 x 82). L’opera è una delle sette copie dell’edizione museale che vede inoltre tre prove d’artista, più due non in commercio e due prove di fonderia e si ispira al dipinto originale dell’artista Saint George et le Dragon (1977). Nella scultura, che riporta fedelmente la tradizione secondo cui San Giorgio salvò la principessa della città libica Selem da un drago che era prossimo a dilaniarla, si esplicita, però, l’intenzione di Dalì di mostrare San Giorgio come simbolo “critico-paranoico”. Il drago è la rappresentazione della ragione umana, in accordo con la visione daliniana della prorompente metamorfosi della normalità delle cose. Accanto a san Giorgio, una figura femminile festeggia l’evento con il braccio innalzandolo in segno di vittoria.

La scultura successiva è la “Testa di Medusa“, di GIACOMO MANZU’, lega in bronzo (cm 79 x 75 x 42), realizzata nel 1999 dalla scultura creata da Manzù nel 1946, da cui sono state tratte altre 9 fusioni. L’autentica dell’opera è a firma di Inge Manzù. L’opera raffigura la testa di Medusa, unica tra le Gorgoni a non avere il dono dell’immortalità, che ebbe il torto di essere l’oggetto del desiderio del dio del mare Poseidone, scatenando le ire della dea che trasformò i suoi capelli in serpenti e fece in modo che il suo sguardo trasformasse in pietra chiunque lo incrociasse. Questo fin quando Perseo la decapitò. Nella scultura presente nel MAB, la violenza classica delle rappresentazioni della Gorgone non è presente: è descritta invece una giovane donna ancora inconsapevole del destino che la attende.

A seguire nel MAB, nei pressi di piazza Kennedy, luogo scelto dalla vedova dell’artista, l’opera “Ferro Rosso” di PIETRO CONSAGRA, scultura bi frontale in lastra di ferro tagliata e dipinta con vernice poliuretanica (cm 130 x 113 x 1), opera unica del maestro.

L’ultima scultura nell’aerea pedonale di Corso Mazzini è il “Cardinale in Piedi” di Giacomo Manzù, lega in bronzo (cm 300 x 88 x 48), eseguita nel 2004, quinto di 8 esemplari che sono tratti dall’opera originale del 1965. La storia dell’opera è legata ad un viaggio a Roma in cui lo stesso Manzù rimase colpito dalla visione del Papa sul trono pontificio al cui fianco erano due cardinali in atteggiamento solenne. Visione che colpì a tal punto l’artista da divenire soggetto tenuto in grande considerazione nella sua opera, ma a cui non si debbono attribuire significati religiosi, ma solo la rappresentazione, attraverso linee essenziali e decise, del potere e dell’impenetrabilità.

In Piazza Bilotti sono invece Paracarro Grigio Bardiglio, Paracarro Bianco di Arni, Paracarro Rosato di Toscana e Paracarro Noce di Siena, opere di Pietro Consagra, in marmo travertino scolpito a mano (cm 186 x 54 x 43) con proprie basi di cm 46 x 58 x 41. Realizzati in esemplari unici dal Laboratorio di Sem Ghilardini a Pietrasanta nel 1991, hanno le autentiche a firma Gabriella Consagra. Isolata rispetto alle altre, la Bifrontale Rosa Scuro di Toscana, travertino scolpito a mano (8 cm 371 x 210 x 62, 5) con propria base ( cm 35 x 176 x 84), con autentica e realizzazione identiche alle altre, così come negli intenti dei Paracarri minori, ma raddoppiata in dimensioni per dominare lo spazio circostante. Per l’artista, esponente del gruppo astrattista “Forma”, la scultura è espressione del ritmo della vita contemporanea e in essa gli elementi plastici sarebbero la sintesi formale delle azioni dell’uomo a contatto con gli ingranaggi di questa società.

Scarica la brochure del Museo all’Aperto Bilotti

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